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  • Santa Maria di Leuca

    L’incontro dei due mari
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    L’incontro dei due mari
Incastonata tra i promontori di Meliso e Ristola, Santa Maria di Leuca rappresenta l’estremo lembo d’Italia dove, secondo la tradizione, sbarcò San Pietro. Il promontorio di Punta Meliso si inabissa dolcemente nelle profondità del Mare Mediterraneo, con le rocce calcaree che, abbagliate dal caldo sole del Salento, diventano bianche come l’imponente faro, che emette un fascio luminoso che nelle ore notturne si specchia nelle acque antistanti l’Akra Iapigia. Il Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae, visitato anche dal pontefice Benedetto XVI, rimane una delle mete più importanti per i pellegrini che giungono ogni anno da ogni parte del mondo, anche perché una leggenda narra che almeno una volta nella vita occorre visitare il Santuario di Leuca se si desidera ottenere pace e beatitudine nell’Aldilà. Le alte falesie, caratterizzate dalla presenza di anfratti e grotte, hanno da sempre dato adito a racconti e leggende, che rendono Leuca intrisa di fascino e mistero. Una delle più celebri storie è quella legata alla danza delle streghe: si narra, infatti, che nelle notti di tempesta, dalle viscere della terra emergano figure femminili, che agitano delle fiaccole. Chiunque si avvicini o venga avvistato dalle streghe, è costretto a prendere parte alle danze, ballando fino alla morte. Caratteristico è il lungomare di Leuca, costellato da ricche ed originali ville ottonovecentesche, che riflettono il gusto eclettico dell’epoca.
Il sentiero del Ciolo

Archeologia e civiltà contadina nel Paesaggio di pietra del Capo di Leuca

“Camminando per la storia si incontrano le nostre radici, alberi di pensiero e frutti di conoscenza”

Paesaggi di pietra: un ambiente interamente costruito adattando la natura alle necessità della vita; pietre intrise di umanità e di sudore […]. Le pietre sono testimonianze di rapporti remoti tra l’uomo e la natura: menhir, dolmen, tumuli di specchie, ma soprattutto pietre sovrapposte con perizia secolare per costruire una miriade di piccole costruzioni o di muretti […].

In questa regione affamata di terra la pietra si trasforma da ostacolo in materiale da costruzione, amalgamandosi con la natura (VINCENZO CAZZATO). Il paesaggio che fa da cornice al Canale del Ciolo è un susseguirsi di veri e propri monumenti della civiltà contadina: villaggi di capanne litiche circondati da dedali di muretti a secco, che si stagliano in perfetto equilibrio su un promontorio proteso verso il mare, dove l’orizzonte in alcune giornate limpide collima con la catena montuosa degli Acrocerauni. Le opere in pietra testimoniano una continua lotta tra l’uomo e la natura, con il primo impegnato a liberare spazi coltivabili e arabili anche laddove la seconda sembrava nettamente prevalere. L’asprezza di queste contrade è stata descritta da Cosimo De Giorgi, che ha percorso stradine campestri per discendere nelle valli e nei burroni, arrampicandosi tra i sassi delle colline che fiancheggiano l’Adriatico e la vegetazione tipica della Macchia mediterranea, che copre di verde tutto l’altopiano: bisogna tentare una ginnastica da scojattoli, scriveva lo studioso-viaggiatore, per osservare i burroni profondi e tanto pittoreschi del Ciolo e di Novaglie, che somigliano alle gravine di Castellaneta nel Tarantino, e per visitare le grotte delle Prazziche, molto sollevate sul mare, di fronte all’immenso mare di Leuca. Il sentiero, ora perfettamente fruibile, si snoda in un paesaggio mozzafiato a picco sul mare, dove lo sguardo spazia da Punta Palascìa (presso Otranto) al profilo erto dell’isola di Othonoi (Fanò). Sulle alte falesie del Canalone, sospese tra Terra e Mare, si affacciano una miriade di cavità che da sempre hanno offerto riparo e protezione ad uomini ed animali. La stessa località è stata intensivamente indagata, negli anni ’60, da un’equipe di archeologi dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana, coadiuvata da alcuni gruppi speleologici locali, con ottimi riscontri dal punto di vista della conoscenza della Preistoria salentina. I depositi rinvenuti all’interno delle grotte hanno conservato importanti reperti che attestano una frequentazione fin da epoche molto remote.Tra una pajara e una mantagnata, tra una liama e un muro paralupi, si giunge al cospetto di una cavità naturale che si apre a 35 metri sul livello del mare lungo il costone sudoccidentale del Canale del Ciolo. Si tratta della Grotta dei Moscerini, così definita per via del cunicolo orizzontale infestato dai moscerini. Nel 1962 fu effettuato un piccolo saggio di scavo che ha messo in evidenza tracce di un focolare e numerosi frammenti di vasi ad impasto dell’età del Bronzo. Dieci anni dopo, nel 1972, venne rilevata dal Gruppo Grotte Milano, condotto da Adriano Vanin, che segnalava la presenza non solo degli insetti ma anche di nasse utilizzate dai pescatori del luogo. A poche decine di metri di distanza - a 60 metri s.l.m. - si individua una cavità, inglobata in una proprietà privata, il cui ampio ingresso è chiuso da un muretto a secco. L’ambiente interno ospita un vecchio albero di fico che pare abbia trovato il suo habitat ideale, mentre delle buche nel sedimento di terra indiziano la presenza di piccoli mammiferi assopiti nel lungo letargo invernale. La grotta è costituita da un ampio ingresso da cui si dirama un corridoio, il cui sviluppo si segue con lo sguardo per pochi metri. Un altro cunicolo, di ridotte dimensioni, si apre a circa tre metri di altezza sulla parete a sinistra. Frammenti di ceramica ad impasto protostorica e acroma di incerta datazione si rinvengono qua e là sparsi, sia sulla superficie interna della grotta che sul terrazzamento antistante. Sull’opposto pendio del Canale del Ciolo si apre, a 62 metri s.l.m., la Grotta Prazziche di Sopra, da alcuni anni attrazione di un noto locale notturno. Lunga 42 metri e larga 6 metri, è stata oggetto di due campagne di scavo svoltesi nel 1964 e 1965, che hanno messo in luce una stratigrafia con abbondante fauna (cervi, volpi, cavalli e bovidi) in associazione con industria litica su calcare forse del Paleolitico superiore. Di estrema importanza archeologica è il rinvenimento di industria neolitica legata a tecniche di lavorazione paleolitiche, che dimostra il lento processo di neolitizzazione della popolazione indigena, rispetto ad altri gruppi umani della penisola già assimilati dalla nuova cultura neolitica. I rinvenimenti più importanti da Grotta Prazziche sono stati effettuati dall’archeologo Borzatti Von Lowenstern. Si tratta di due oggetti d’arte mobiliare: un osso fluitato dipinto a macchie rosse ed un ciottolo graffito. Un’altra cavità che ha conservato per millenni frammenti di storia umana è la Grotta della Serratura, in località Fogge, a nord del canalone. Anche in questo caso le indagini di superficie hanno rilevato la presenza di un deposito archeologico che consisteva in ceramica riferibile a diverse fasi dell’età protostorica.

(Marco Cavalera)

GROTTA CIPOLLIANE (GAGLIANO DEL CAPO) La terra e il mare, due elementi dalle caratteristiche organolettiche agli antipodi, fisicamente distanti ma al contempo sempre così vicini: si rincorrono, bisticciano, si baciano. Le acque dalle quali le terre sono emerse sembrano quasi che vogliano schiaffeggiare quelle rocce che ne sovrastano la superficie, per poi cullarle dolcemente pochi istanti più tardi, quando la rabbia è ormai scemata. Lungo le falesie del Salento quelle rocce guardano costantemente il mare e si protendono ad esso con una velata nostalgia, rimpiangendo quasi i tempi che furono. Una linea di confine, pattuita dopo estenuanti battaglie, sulla quale decisero di marciare alcuni dei primi insediamenti umani, probabilmente estasiati da quel tripudio di colori e profumi che gli dei hanno voluto porgere in dono. Anche noi oggi camminiamo su quelle falesie; non ci sono più i Neanderthal, non c’è più il mare che ci guarda a testa in su, solo un mistura di profumo di timo, origano ed erba cipollina a conferire il tocco dell’artista alle Grotte Cipolliane. Tre ripari si aprono sulla falesia esposta ad est, sull’alta scogliera a metà strada tra le località marine di Novaglie e Ciolo, nel territorio comunale di Gagliano del Capo. Il mare, che ora si trova 30 metri più in basso, un tempo invadeva con prepotenza questi ambienti. Lo testimonia la ricchissima documentazione di conchiglie, pecten e rudiste che ricopre completamente la superficie interna dei tre antri, scavati naturalmente nella roccia friabile e porosa del Terziario (65 – 1,8 milioni anni fa). Il riempimento della cavità si caratterizza per la presenza di sabbie e detriti calcarei minuti, associati a industria litica (lamelle a dorso, piccoli grattatoi circolari) di tipo romanelliano (9-12 mila anni fa) e ad abbondantissimi resti faunistici (equidi, bovidi, cervidi, asini selvatici, piccoli mammiferi e uccelli). Ovunque si appoggi il piede non si può fare a meno di calpestare minute selci scheggiate, frammenti fossili di ogni genere, gusci intatti di molluschi bivalvi che hanno permesso di avanzare l’ipotesi di un’economia prevalentemente basata proprio sulla raccolta di questi ultimi, attività che caratterizzerà il Mesolitico europeo qualche millennio dopo. La fauna (tipica di un clima freddo) e l’industria litica rinvenuta fanno pensare ad un riempimento della superficie delle cavità avvenuta alla fine della glaciazione di Würm, circa 10 mila anni fa, quando il mare in regressione avrebbe messo in luce una fascia costiera, attualmente sottomarina, sulla quale si sarebbero formate delle dune di sabbia antistanti alla grotta, i cui granuli trasportati dal vento si sono pian piano adagiati fino in profondità della breve caverna, mescolandosi a sedimenti calcarei provenienti dal disfacimento delle pareti e della volta della cavità. Camminiamo ancora su quella linea immaginaria di questa magnifica falesia, un arcaico filo di Arianna, la via d’uscita di Teseo dal labirinto di Cnosso che ci connette indirettamente e con continuità fino a 30.000 anni fa, alla fine del Musteriano, colmando una secolare lacuna archeologica che si è protesa fino al Paleolitico Superiore. Nel riparo più ampio, a seguito di scavi effettuati negli anni ‘60 del secolo scorso, è stato infatti individuato un giacimento archeologico che copre un arco temporale che va da 29-20 mila anni fa (Gravettiano) a 10 mila anni fa (Romanelliano), periodo, quest’ultimo, al quale dovrebbe riferirsi anche un ciottolo inciso con figure, d’incerta interpretazione, rinvenuto durante la pulizia del deposito superficiale da parte dell’archeologo De Borsatti e che presenta alcune affinità con quelli trovati all’interno di grotta Romanelli (Castro). Teniamo in mano questo filo, quasi come delle moderne Parche che vogliono giocare con il destino degli uomini. Decidiamo di non reciderlo affinché possa continuare a connettere il nostro presente con il futuro che verrà. Gli dei ci hanno osservato per tutto il tempo da dietro un cespuglio, ci invidiano, vorrebbero questo luogo per sé stessi. Ma il loro tempo è finito, lasciamo lo spazio agli uomini ormai, tutto questo è nostro! Facciamone buon uso.

(Marco Cavalera, Marco Piccinni)

Per informazioni e visite guidate con guida turistica:

ASSOCIAZIONE CULTURALE ARCHÈS
Via G. Carmignani, 14 – 73039 Lucugnano (LE)
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - www.associazionearches.it
mobile: 340.5897632 - Cod. Fisc. 90032070758

Trekking - Fra il mare e la terra

Tra terra e mare, camminare nel Capo di Leuca è un’esperienza unica. I sentieri, in qualsiasi stagione dell’anno, invitano a riflettere sulla storia dei luoghi e sulla natura.

In marcia verso Finibusterrae

Tra la Terra Santa e Roma, tra Gerusalemme e il cuore dell’Europa, Santa Maria di Leuca è una tappa quasi obbligata. Al culmine del Salento proteso nel Mediterraneo, l’approdo di Leuca è sempre stato un crocevia di popoli, culture e religioni. La Via Francigena, nel Basso Salento, offre l’opportunità di attraversare storici e affascinanti luoghi di culto e sentieri che tagliano una natura selvaggia e incontaminata. Diverse associazioni organizzano e promuovono escursioni con guida http://www.associazionearches.it/ e https://www.trekkingsalento.com/ , mentre è particolarmente attivo nella promozione della Via Francigena il Parco ecclesiale “Terre del Capo di Leuca - De Finibus Terrae”, che fa capo alla Basilica di Leuca. Fra le mete più suggestive c’è senz’altro Leuca Piccola, ovvero la basilica di Santa Maria del Belvedere a Barbarano (frazione di Morciano di Leuca), una tappa obbligata dei pellegrini verso Finibusterrae che ancora oggi fa rivivere le emozioni del cammino verso Leuca. C’è poi il Santuario di Santa Marina, a Ruggiano (frazione di Salve), con la sua regale facciata e l’antistante pozzo miracoloso che respira di storia.

E ancora i resti della chiesa di San Pietro a Giuliano (frazione di Castrignano del Capo) che risale all’anno 1000 con le sue labili tracce di affreschi.

A poco meno di un chilometro da Leuca, infine, c’è l’Erma Antica di Castrignano del Capo, un pilastrino in pietra con l’effigie dell’Angelo e una preghiera alla Vergine, realizzato nel 1753: distrutto in seguito a un incidente stradale, è stato ripristinato alcuni anni fa. Da qui partiva l’ultimo, commosso, sforzo dei pellegrini per raggiungere Finibusterrae, un ponte naturale tra Oriente e Occidente. Lungo il fiordo primitivo Per scoprire la natura selvaggia del Capo di Leuca un comodo e affascinante sentiero è quello che conduce da Gagliano del Capo al Ciolo, piccola località della costa orientale. Partendo da Gagliano, si imbocca prima via Novaglie e poi via Ciolo.

Sulla strada c’è la Cappella della Madonna di Leuca, ultimo segno di civiltà prima di tuffarsi in un sentiero che per quasi quattro chilometri corre al fondo di un vero e proprio fiordo. Si cammina su un tracciato attrezzato con una staccionata in legno, stretti fra i due costoni rocciosi, mentre gli ulivi lasciano il passo alla macchia mediterranea, fra muretti a secco e piccole “pajare”.

Il tratturo del Ciolo segue il fondo del canalone che nell’arco dei millenni ha scavato incessantemente la roccia con l’acqua diretta verso il mare. Un passo dopo l’altro muta il paesaggio e all’orizzonte si delinea il profondo blu del mare, annunciato da una piccola spiaggetta, ideale per la balneazione in estate, sormontata dal ponte su cui corre la litoranea. Dal Ciolo (ma bisogna risalire sul piano stradale) inizia un altro spettacolare percorso, quello delle Cipolliane, che si snoda in un paesaggio mozzafiato a picco sul mare, dove lo sguardo spazia fino all’isola greca di Fanò. Il sentiero attrezzato, tra una “pajara” e una “mantagnata”, conduce al cospetto di un’enorme cavità naturale che si apre a 30 metri sul livello del mare: si tratta del complesso delle Cipolliane, grotta conosciuta e frequentata fin dalPaleolitico e che ha restituito ciottoli che recano incise indecifrabili figure, strumenti in selce e ceramica protostorica.

I sentieri del Ciolo e delle Cipolliane sono soltanto due della rete di cammini disegnata dal Parco Naturale Regionale Costa Otranto - Santa Maria di Leuca - Bosco di Tricase (per conoscere i singoli percorsi trekking e ciclopercorsi consultare il sito www.parcootrantoleuca.it). Il Ciolo è anche il ritrovo ideale degli amanti dello sport estremo e del free climbing: lungo le pareti del canalone, infatti, è possibile misurarsi in arrampicate sportive, a due passi dal mare, ma come se ci si trovasse in montagna. Pedalando sull’acqua Finisce qui, a Santa Maria di Leuca, la Ciclovia dell’Acquedotto Pugliese, una delle quattro ciclovie di interesse nazionale in fase di realizzazione con fondi governativi. I

n attesa che il progetto si realizzi, già ora è possibile percorrere l’intero tracciato seguendo la condotta storica dell’Acquedotto Pugliese che, attraverso il Canale principale (da Caposele a Villa Castelli) e il Grande Sifone Leccese, giunge fino a Leuca. Qui l’arrivo dell’acqua, un evento che strappò alla sete una intera regione di quattro milioni di abitanti, è celebrato con una grande cascata monumentale, realizzata nel 1939, oggi accesa solo in particolari occasioni. Pedalare sulla via dell’acqua nel Basso Salento offre l’occasione di attraversare uno straordinario paesaggio tra ulivi e stradine segnate da muretti a secco e “pajare”. Info su www.aqp.bike, il sito del Coordinamento dal Basso per la Ciclovia dell’Acquedotto Pugliese.

Il bello dell'entroterra

Santa Maria di Leuca è il culmine del Salento. Alle sue spalle c’è un territorio ricco di tesori, tra storia e natura: piccoli ma eleganti borghi, masserie circondate da uliveti, sentieri stretti tra muretti a secco, antiche “pajare”. Per conoscere l’entroterra di Leuca, basta solo fare pochi chilometri, imboccando la fitta rete di strade che caratterizza il Salento.

I due cuori di Castrignano

Castrignano del Capo ha due cuori: il primo pulsa in piazza San Michele dominata dalla chiesa madre, ricostruita sulle macerie di quella distrutta dal terremoto del 1743. L’altro cuore di Castrignano è dall’altra parte del paese, in piazza delle Rimembranze. Un arco senza porte apre quello che, a prima vista, è un palazzotto come tanti: un’insegna indica Borgo Terra. L’androne è un viadotto per il Medioevo, verso il nucleo abitativo più antico, un casale a mo’ di quadrilatero, ogni lato lungo 60 metri, per difendere gli abitanti dalle tante incursioni di briganti e saraceni. Piccoli interventi di adattamento non hanno intaccato l’originaria struttura che affascina con le sue porticine, le finestrelle, gli ortali o i cunicoli dabbasso che celano frantoi ipogei.

Solo una strada e un boschetto separano Castrignano da Salignano, nota per la torre di difesa del 1550, dal color latte e miele del carparo, a pianta circolare, larga 20 metri e alta 15. Da vedere anche la chiesa madre di Sant’Andrea di fine ’700, con altari barocchi e tele di modesto pregio.

A nord, superata Patù, si trova l’altra frazione di Castrignano. Conta neanche seicento abitanti, Giuliano di Lecce, e una storia antica, il cui primo capitolo fu scritto da tal Julianus, centurione romano che la fondò. Al centro storico si accede dalla porta di piazza San Giuliano, lungo le mura difensive erette nel XVII secolo. La statua di pietra rosea del santo dà le spalle al castello cinquecentesco, avvolto dal fascino misterioso dell’originaria architettura militare, due torrioni ai lati, cortine e quattro alti bastioni.

A pochi passi da qui, via Regina Elena presenta il monumento più antico del paese, il menhir Mensi, di 2,34 metri in carparo, sormontato dal curioso “cappello”. Tra le viuzze spiccano singolari smorfie: sono quelle che, dal 1609, sbeffeggiano i passanti e scacciano influenze maligne dalla loggia degli sberleffi, 15 figure atropopaiche dal terrifico ghigno, scolpite nella pietra di un’abitazione privata di via D’Azeglio.

Il volto antico del borgo

Gagliano del Capo ha un volto antico affascinante, legato alle vicende dei suoi feudatari, con mura fortificate e castello. In piazza Immacolata la cappella dell’antica confraternita fa compagnia alla colonna dell’Immacolata eretta nel 1825, secondo monumento simbolo del paese, coetaneo del primo, la colonna di San Rocco, messa di fronte per una scelta urbanistica che li volle ai capi opposti del corso Umberto I. Il centro storico incasella piccoli abituri, imponenti palazzi e case in architettura tipicamente tardomedievale, che valgono bene una lenta e attenta passeggiata.

Il bello di Leuca Piccola

Barbarano del Capo è solo una piccola frazione di Morciano di Leuca, un borgo carico di storia conosciuto anche come “Leuca piccola”. Il complesso di Santa Maria di Leuca del Belvedere era una tappa obbligata per i pellegrini, giunti alle porte di Finibusterrae. Fuori dal santuario, resta qualcuna delle arcate che ospitavano imercanti e, al centro, un ampio portale. La chiesa è di fine Seicento, esatta riproduzione della basilica di Leuca com’era nel 1685. Nel piazzale, proprio a sinistra della porta, c’è incastonata una singolare lapide con le “10 P”, saggio acronimo per avvertire che “Parole Poco Pensate Portano Pena Perciò Prima Pensate Poi Parlate”.

A Barbarano ci sono anche le “vore”, la “piccola” e la “grande”, facilmente raggiungibili, grandi voragini nel terreno in cui affluiscono naturalmente le acque piovane, oggi recintate, ma dal fascino immutato, vere opere d’arte della natura.

Tra Centropietre e Messapi

A Patù cattura l’attenzione del “pellegrino” la chiesa di San Michele Arcangelo, sorta nel 1564 con la sua facciata tardo-rinascimentale. Dalla rinnovata pavimentazione della piazza sbocciano come tanti piccoli pozzi, le finestrelle dai cui vetri s’intravedono i granai ipogei. A poche centinaia di metri dal centro, ecco le Centopietre, la “maraviglia archeologica della provincia di Lecce” secondo la definizione ottocentesca dell’archeologo parigino Françoise Lenormant. Cento, per l’appunto, sono i grossi blocchi di Vereto che servirono alla costruzione di questo singolare monumento funebre per il generale Geminiano che, inviato dai cristiani al campo dei mori come messaggero di pace, fu barbaramente ucciso nell’877. Di fronte si erge la chiesa di San Giovanni Battista, tipico esempio d’arte romanica pugliese. A breve distanza c’è l’antica Vereto messapica che domina la piana e il vicino mare dall’alto di una collina, dalla cui distruzione e fuga dei sopravvissuti nacque Patù.

Un tuffo nel passato nello splendido scenario della costa di Leuca

La proposta di escursione prevede un magnifico viaggio nel tempo, oltre che nello spazio, alla riscoperta di luoghi magici che celano scorci incantati, tesori di inestimabile valore sotto il profilo storiconaturalistico che solo la navigazione sottocosta può svelare.

La motonave vi condurrà in un viaggio indimenticabile tra le meraviglie nascoste della costa di Leuca, partendo dal caratteristico porticciolo turistico di Torre Pali, località balneare tra le più frequentate nel Salento che prende il nome da un’affascinante torre costiera, costruita nel 1563 su di uno scoglio isolato a circa 20 metri dalla riva. La sua funzione preminente era di difesa dell’entroterra salvese dalle scorrerie dei pirati, che infestavano i nostri mari portando sventure e calamità alla povera gente del posto.

La navigazione procede sottocosta lungo le dorate distese sabbiose di Marina di Pescoluse e Posto Vecchio, una lunga spiaggia incantevole che fa da cornice ad un mare cristallino e dalle sfumature cromatiche caraibiche. Giunti nelle acque di Torre Vado l’attenzione del navigante si volge su una delle torri costiere in miglior stato di conservazione del Salento. La torre, risalente intorno alla metà del XVI secolo, si erge maestosa a ridosso del piccolo porto dell’omonima località, del tutto priva della sua originaria funzione difensiva.

Le docili onde del mare ci conducono nella suggestiva insenatura di Torre San Gregorio, che da più di due millenni e mezzo ospita un piccolo approdo. Dell’antico porto sono visibili alcune vestigia di età messapica e romana, sia a terra (allineamenti di blocchi ciclopici a ridosso della linea di costa) sia sommerse (un’opera frangiflutti che fungeva da protezione dell’insenatura dai venti meridionali).

Dopo aver salutato l’antico approdo dei Messapi di Vereto (Patù), la nostra imbarcazione ci accompagna verso Santa Maria di Leuca, località nota agli antichi come situata “ai confini del mondo”, dove il noto lascia spazio all’ignoto e l’immaginario collettivo ha ambientato eventi mitici e fantastici, ha localizzato dimore di dei, eroi e mostri terrificanti, come attestato dai nomi attribuiti ad alcune delle grotte di Finibus Terrae.

L’escursione proposta si pone come obiettivo quello di far scoprire al visitatore questi luoghi celati, spesso inaccessibili dalla terraferma, che proprio per la loro misteriosità sono stati oggetto di superstizioni e di culti primordiali.

Molte delle grotte che andremo a visitare hanno restituito tracce di frequentazione antropica risalenti a decine di migliaia di anni fa, ossia al Paleolitico medio (130000/35000 anni fa), quando l’Uomo di Neanderthal fissò nel Salento i suoi campi base, utilizzando queste grandi cavità naturali come ripari e dedicandosi a tempo pieno all’attività di caccia nelle ampie foreste alternate a macchia e prateria, dove non era difficile imbattersi in elefanti, rinoceronti, cavalli, cervidi, orsi, cinghiali, iene ed ippopotami.

La Grotta del Drago è il primo degli antri che incontriamo nella nostra navigazione di cabotaggio. L’acqua al suo interno, di colore verde-azzurro, crea spettacolari giochi di luce sulle pareti e nel fondale della cavità. La grotta consiste in un ampio vano che presenta due immense aperture, alte circa 30 metri, separate da un pilastro di roccia. Essa prende il nome da uno scoglio che mostra notevoli affinità morfologiche con un drago. Al suo interno la grotta ha conservato un deposito preistorico, che presenta resti faunistici di pachidermi (elefanti e rinoceronti) vissuti circa 70000 anni fa, quando le condizioni climatico-ambientali (periodo interglaciale Riss-Würm) erano molto più adatte alla natura di questi animali. Alcuni pescatori del luogo asseriscono che la grotta ospitava alcuni decenni or sono una foca monaca.

Poche miglia più a sud-est ci imbattiamo in una delle cavità carsiche più rilevanti dal punto di vista paletnologico: si tratta della Grotta dei Giganti, che è stata oggetto di esplorazioni già a partire dal ‘600,quando il canonico alessanese Francesco Pirreca rinvenne numerose ossa di pachidermi che classificò come ossa di giganti. Nel secolo scorso altre prospezioni, effettuate nella parte bassa della grotta, hanno permesso di individuare un ricco giacimento di industria su selce e su calcare di fase musteriana (complessi litici riferibili all’uomo di Neanderthal) unitamente a ceramiche attribuibili all’età del Bronzo (4300-3000 anni fa), mentre ad una quota superiore è stata rinvenuta una tomba di età altomedievale (IX sec. d.C.), ceramica coeva e cinque monete di bronzo di Costantino VII e Romano I.

Lasciata alle spalle la Grotta dei Giganti, ci si dirige verso un’altra cavità che si apre tra le vertiginose rocce di Punta Ristola, anch’essa ricca di fascino e di suggestione: si tratta della Grotta delle Tre Porte, che prende il nome dagli immensi triplici ingressi attraverso i quali il vano interno semisommerso comunica con il mare. Lungo le pareti interne ed esterne si notano lembi di riempimento detritico concrezionato, che contengono frammenti di ossa, talora combuste, di fauna di prateria e di elefanti e rinoceronti. Sulla parete settentrionale del vano interno della grotta si può osservare un cunicolo che si estende per 27 metri e che termina con un’ampia camera ricca di stalattiti e stalagmiti. Questa cavità si chiama Antro del Bambino, perché in essa fu rinvenuto un dente (un molare superiore sinistro) appartenuto ad un bambino neandertaliano di circa 10 anni, associato a resti di focolari, industria musteriana su selce e calcare e ossa fossili di fauna pleistocenica.

Continuando il periplo dell’Akra Iapigia, il lembo di terra più meridionale della Puglia, si osservano nascoste tra le bianche scogliere leucane altre numerose cavità, alcune delle quali purtroppo non raggiungibili dal mare. Una di queste è la celeberrima Grotta del Diavolo, antro che incute superstiziosi timori a tal punto che lo scrittore francese Francois Fenelon, nel quattordicesimo volume delle sue “Aventures de Telemaque” lo descrisse come “l’ingresso degli inferi attraverso cui il figlio di Ulisse si spinse alla ricerca del padre”. Esplorazioni effettuate nella grotta nel corso dell’800 e del secolo scorso hanno portato alla luce depositi contenenti fauna di mammiferi, resti ossei umani, valve di molluschi, strumenti in selce e numerosi reperti ceramici databili al Neolitico Finale e all’età del Bronzo (5000-3000 anni fa).

Dalla Grotta del Diavolo si può raggiungere, attraverso un sentiero, la Grotta Porcinara, molto conosciuta al tempo dei Messapi in quanto vi si svolgevano dei riti in onore di Batas, una divinità maschile che impugna il fulmine. La grotta si apre su Punta Ristola, di fronte all’ideale punto di incontro tra i due mari Ionio e Adriatico. Era il luogo in cui i Messapi scambiavano prodotti e conoscenze con i mercanti greci, i quali portavano doni – vasi attici, crateri ed anfore a figure rosse e nere - al dio del fulmine e incidevano iscrizioni per chiedere protezione alla divinità venerata nella grotta contro i pericoli del mare, per ringraziare il dio per la buona riuscita della traversata del breve tratto di mare che separa la costa salentina da quella illirica, per sciogliere qualche voto.

Superata la Grotta del Diavolo e le annesse vicende mitiche e storiche, proseguiamo il nostro periplo verso est, dove a circa duecento metri, nel Canale "Sparascenti", rimaniamo estasiati davanti all’ingresso della Grotta del Fiume, così chiamata per un avvallamento che la sovrasta, prodotto dell’erosione di un antico torrente che sfociava nel mare. La grotta è profonda circa trenta metri ed accedendovi a piedi è possibile arrivare da un passaggio alla Grotta del Presepe.

La navigazione, a questo punto, procede verso est, dove è possibile ammirare Punta Meliso, con il promontorio che dolcemente si inabissa nelle profondità del Mare Mediterraneo, con le rocce calcaree che abbagliate dal caldo sole del Salento diventano bianche, come l’imponente faro (costruito nel 1864) che dall’alto dei suoi 47 metri emette un fascio luminoso che nelle ore notturne si specchia nelle acque antistanti l’Akra Iapigia. Se il faro è un fondamentale punto di riferimento per i naviganti di questo tratto di mare, il Santuario di S.M. de Finibus Terrae, di recente visitato anche dal pontefice Benedetto XVI, rimane una delle mete più importanti per i pellegrini che giungono ogni anno da ogni parte del mondo, anche perché una leggenda narra che almeno una volta nella vita occorrevisitare il Santuario di Leuca se si desidera ottenere pace e beatitudine nell’Aldilà.

Doppiato il promontorio japigio la motonave si dirige verso nord, alla scoperta delle numerose grotte che si aprono, alla base della selvaggia falesia alta fino a 60 metri, sul mare di colore blu intenso, che in questo tratto raggiunge a pochi metri dalla costa la profondità di 20-30 metri. Incontriamo in una interminabile successione cavità modellate dall’azione erosiva del mare con scorci ed effetti luminosi di inimitabile bellezza: Grotte di Terrarico, Grotte di Verdusella, Grotta la Cattedrale. Una delle grotte più suggestive del litorale di Levante è la Grotta della Vora, una cavità alta più di 25 m con la volta attraversata da un inghiottitoio, che crea meravigliosi giochi di luce.

Le grotte si susseguono innumerevoli una dopo l’altra. Ci imbattiamo così nella Grotta dell’Ortocupo e la Grotta del Soffio. Si tratta di due cavità molto vicine tra loro, poste in una piccola insenatura. Sono grotte dall’atmosfera magica e surreale, nelle quali l’acqua dolce purissima si mescola con quella marina, creando spettacolari effetti coloristici. Quando l’aria dall’interno viene espulsa all’esterno, si crea un particolare spruzzo, denominato “soffio”.

A breve distanza dall’Ortocupo e dal Soffio si aprono le due Grotte della Vora, molto vicine tra loro. Sono così chiamate per il foro circolare (detto in dialetto salentino “vora”), formatosi sulla volta della cavità ad oltre 60 metri di altezza. Il fascio di luce che vi penetra, a contatto con l'acqua del mare, crea suggestivi effetti luminosi a tal punto che, quando ci si trova all'interno, si ha l'impressione di essere in una maestosa cattedrale.

La nostra escursione termina presso le Grotte delle Mannute, cavità a mezza costa con cupole che si caratterizzano per la presenza di stalagmiti e stalattiti che raggiungono i sette metri di altezza.

Dopo aver rivolto l’ultimo sguardo al mare Adriatico, con i suoi promontori che degradano a picco sul Canale d’Otranto, la motonave vi riporterà nel porticciolo di Torre Pali, da cui siamo partiti per questo straordinario viaggio tra le meravigliose grotte dell’Akra Iapigia, seguendo il cammino del sole che in questo ultimo scorcio della giornata mestamente va a nascondersi dietro le frastagliate montagne dell’antica Enotria, per riapparire magicamente l’alba successiva alle spalle degli Acrocerauni, la catena montuosa dai profili ruvidi e grigiastri che attraversa l’Epiro e la Grecia settentrionale, visibile all’orizzonte nelle giornate in cui il cielo è limpido.

Grotte - I capolavori del mare

Leuca dal mare è tutta un’altra cosa. Quando la terra sembra finire, un nuovo scenario può aprirsi se si è disposti a lasciare la costa solcando i capricci delle onde. Grotte, anfratti e calette si celano alla vista da terra e spesso anche dal mare, incastonate nella scogliera impervia all’incrocio dei due mari. Per esplorare le grotte di Leuca non servirà un “apriti sesamo” di fiabesca tradizione, ma un valido “lupo di mare” per condurre l’immaginazione dove non contava d’arrivare, e di casa, qui, ce ne sono tanti. Qui gli uomini di mare si sono attrezzati per accompagnare turisti e salentini, abili non solo al timone di una barca, ma anche nei racconti. Questi capolavori della natura, infatti, si possono ammirare solo dal mare che nei millenni li ha scolpiti e levigati con la sua creatività, a seconda dell’umore. Quelle che da lontano appaiono ombre lunghe e strette, protese verso il cielo come guglie gotiche sulla pietra coccolata dal sole, d’improvviso guadagnano profondità nella terraferma, schiudendosi come bocche meravigliate, mentre l’estro dell’uomo perde fascino paragonato al talento delle onde.

Da Finibusterrae al Ciolo

Andando verso Levante, incastonata proprio dietro al lungo braccio del porto, c’è la Grotta Cazzafri, che sembra aver ereditato dal greco il suo nome, adeguandosi a una traduzione che la vorrebbe “casa di spuma”, quella che le onde rilasciano infrangendosi sulle sue pareti. Accedendovi in barca, si ammira la volta che si scioglie ricca di stalattiti e, arrivando in fondo, si approda al poggiolo per una comoda sosta.

Navigando ancora verso Levante, si incontra la Grottella o “Ruttedda”, meta preferita per le arrampicate a mani nude; posta sotto il radar, è nota per la polla d’acqua dolce che zampilla dal mare. Ci vivono, come nelle altre, i colombi torraioli, gufi, pipistrelli e barbagianni.

Sono tanti e curiosi i nomi che i leuchesi hanno dato alle caverne, come la Grotta di Terrarico, detta anche “Bocche di Terrarico” o “degli Indiani”, per la sua forma triangolare che ricorda una tenda. In realtà si tratta di un complesso di tre cavità di varia grandezza, che si aprono alla punta del Promontorio di Terrarico: l’interno è caratterizzato da un eccezionale spettacolo di luci e colori, dal verde marino allo smeraldo e al giallo. Il logorio delle onde ha creato all’entrata un mostro di pietra che, tra qualche secolo, s’inabisserà nel mare. L’erosione modifica ogni giorno le rocce, e anno dopo anno ci si accorge delle differenze.

Giunti alla Grotta de lu purraru, guardando in alto, attraverso il portale alto ben 25 metri, stalattiti acuminate incedono dall’unico punto in cui il fragore del mare non arriva, mentre la Verdusella è interdetta alla navigazione per via di un masso in bilico pronto al tuffo del non ritorno.

L’interno della Grotta dell’orto cupo è simile a un orticello buio e tranquillo. Le pareti rocciose sembrano mosse dal vento e un gioco di luci diverte occhiate repentine che non vogliono farsi sfuggire riflessi unici di cristallo liquido. Proprio dal suo fondale, ma solo per esperti, ci si può addentrare in una galleria lunga circa 80 metri, la Grotta della principessa. Forse è la nobildonna che, annoiata dell’abisso, sbuffa lì accanto, dalla Grotta del soffio che genera un magico mulinello d’acqua e aria, nebulizzata all’esterno. L’apertura è a filo d’acqua e solo lasciandosi trasportare dal risucchio completamente immersi, si può riaffiorare nell’antro, con l’impressione di sfociare in un universo parallelo per il fascino dei colori e la sensazione di leggerezza.

La traversata continua fino alla Grotta della Vora, da alcuni detta “Cattedrale”, da altri “della Madonna”, per via del sole che filtra da un rosone scolpito dalla maestra natura sulla volta, a 60 metri d’altezza: a mezzogiorno i raggi precipitano nel foro come il faro che sul palco è fisso sul protagonista, il fondale infinito del “mare spunnatu”. Nella Giuncacchia, invece, i raggi giocano con il verde facendola sembrare una distesa di giunchi, da cui il bizzarro nome.

A mezza costa ecco le Grotte delle Mannute, accessibili solo da terra ma visibili dal mare, prendono il loro nome, invece, dalle numerose stalattiti dalla parvenza di piccole mammelle. Vale la pena risalire fino alla Grotta del pozzo, o “Grande del Ciolo”, vicina all’omonima insenatura, che pare fosse casa delle ultime foche monache, un tempo abitanti privilegiate del litorale che volge a Levante. L’interno segue due direzioni: una va verso il laghetto d’acqua salata; l’altra, penetrando il sottosuolo, arriva alla “Stanza del Duomo” e poi, ancora, alla “Stanza dei pipistrelli”, che a migliaia la popolano.

Dalla Porcinara alla Grotta degli Innamorati

Sul litorale di Ponente, oltre Puna Ristola, la più celebre grotta di Leuca s’affaccia soltanto, senza aprirsi allo Ionio: è la Porcinara, il cui accesso da terra è interdetto da perentorie cancellate che proteggono impronte millenarie dalla smania di sfacelo che caratterizza l’essere umano di giovane età. Qui, gli antichi si rifugiavano in preghiera per compiacere il dio del mare.

Punta Ristola si prolunga dalle fauci della Grotta del Diavolo, già segnalate nel ’700, in tempi antichi si credeva fosse la “porta dell’inferno” attraverso cui passò Telemaco alla ricerca del padre Ulisse. Fin dai primi scavi, la gola “satanica” ha restituito reperti interessanti, unici, come ossa, valve, armi e utensili, testimoni probabili di una frequentazione risalente al Neolitico.

Inferi alle spalle, un’angelica insenatura vanta tonalità turchine che indicano fondali non più come abissi: era l’ampia Grotta del cerchio, sprofondata secoli fa. In alto si vede uno scivolo in cemento, la pedana da cui si gettavano in mare i rifiuti liquidi. La conca è detta per questo “bocca del maiale”.

Poi la scogliera si fa meno frastagliata, come bagnasciuga di roccia levigata, e ci si infila nella Grotta di mesciu Scianni: maestro Gianni, ufficialmente, era artigiano e qui raccoglieva pietre per farne splendidi mosaici.

La Grotta del fiume, con le sorgenti d’acqua dolce che sgorgano all’interno, è collegata alla Grotta Titti, detta anche “della bambina”, dove fu ritrovato il dente di una fanciulla preistorica. Tre alti accessi giustificano l’entrata alla Grotta delle tre porte, a cui segue quella dei Giganti, dove sarebbero stati ritrovati resti umani di dimensioni enormi, ché leggenda vuole qui sepolti i giganti uccisi da Ercole libico, o magari più semplicemente ossa di pachidermi, come suggerisce invece la razionalità.

Segue la Grotta del Presepe, che pur lontana da suggestive atmosfere natalizie, è così detta forse per via di stalattiti e stalagmiti, personaggi d’una scenografia quasi sacra. Accanto, la Grotta della stalla, completa l’opera “presepiale”, più volte riparo dei pescatori in difficoltà. Porta con sé il mistero di una leggenda, la Grotta del Morigio: qui, si racconta, i “mori” fecero una sosta di ricognizione, prima dell’assalto e della distruzione di Leuca. Semicelata, dalla terra e dal mare, è ben nota anche come “Grotta degli innamorati”. Solo un tuffo nell’acqua fresca di sorgente permette di godere dell’inventiva dello Ionio, che qui ha formato un ambiente intimo e suggestivo. Poche bracciate nell’acqua pungente e la vista si abitua gradualmente al buio, accompagnato dai riflessi del sole sul fondale sabbioso tinto di cromatismi caraibici.

Le membra ritemprate riaffiorano su due spiaggette riparate, luogo prediletto dalle coppiette leuchesi per sfuggire alla canicola estiva e ad occhi indiscreti.

Infine si incontra la Grotta del drago prima che le spiagge digradino gentili sul litorale: dentro, a sinistra del pilastro centrale, la testa di una murena perfettamente imitata dalla roccia sbuca dal soffitto; in fondo vi è un profilo dai tratti umani tutt’altro che vaghi, a destra un coccodrillo enfatizzato dal verde dei licheni, sculture che la pietra ha commissionato al mare per scacciare la noia di certi pomeriggi piovosi.

Spiagge - Un mare da sogno

Dalla sabbia allo scoglio, il mare del Capo di Leuca offre mille affascinanti opportunità per un bagno con i fiocchi.

L’acqua cristallina, i ricchi fondali e le scogliere che si protendono nello Jonio e nell’Adriatico, fanno da cornice a chi sceglie la costa di Finibus Terrae. Chi cerca una spiaggia proprio a Leuca può trovarla qualche metro più giù del lungomare Cristoforo Colombo, dove gli scogli si addolciscono a formare due piccole mezzelune sabbiose, rispettivamente in corrispondenza dell’Hotel Terminal e, poco più a ovest, quasi al centro della baia. Qui, dove si trovano anche alcuni stabilimenti balneari attrezzati con pedane in legno e scalette, il bagno si tinge di suggestioni da belle époque sullo sfondo delle splendide ville eclettiche costruite tra Ottocento e Novecento in stile moresco, liberty e pompeiano, tutte circondate da rigogliosi giardini.

Proprio sulla battigia davanti al lungomare suscitano non poca curiosità le “bagnarole”, graziose costruzioni, protagoniste di bagni d’altri tempi. Queste singolari casupole servivano a riparare da sguardi indiscreti le nobili forme delle signore in villeggiatura a Leuca, mentre trovavano refrigerio nelle fresche acque di Finibus Terrae. Ogni villa aveva la propria “bagnarola” che, se realizzata in pietra, spesso era rotonda o esagonale, sormontata da una cupoletta, e richiamava lo stile e i colori della residenza a cui apparteneva. Con il legno, invece, i costruttori prediligevano forme più squadrate. Oggi solo due “bagnarole”, tra loro vicine, sono visibili e sfoggiano ancora il loro fascino da belle époque proprio nel cuore del passeggio leucano. Negli altri tratti del litorale, si entra in mare dagli scogli. Impervia su Punta Meliso, verso Punta Ristola la costa rocciosa si fa più gentile e liscia, tanto da apparire quasi morbida.

I leucani amano fare il bagno anche nei pressi di ciò che resta della Torre del Marchiello a ovest oppure, arrivando dal mare, ad est nella Grotta degli Innamorati con le sue sorgenti d’acqua fresca e due piccoli fazzoletti di sabbia in fondo all’antro. CIOLO - Una piccola spiaggia nel cuore di un canyon nella scogliera a strapiombo sul Canale d’Otranto. Basta fare otto chilometri sulla litoranea per Tricase per fare un bagno al Ciolo, un vero tuffo nella natura selvaggia e primordiale del Salento. Scenografica perla naturalistica nel territorio di Gagliano del Capo, la località trae il nome dal termine “ciole” che in dialetto salentino indica i corvi che volteggiano sul canalone. Dal ponte della litoranea che congiunge le braccia del fiordo sovrastando la caletta si gode di un panorama mozzafiato che solletica le vertigini e proprio da qui, a 36 metri d’altezza, i più temerari si sfidano in adrenalinici tuffi nel blu. Scendendo la lunga scalinata, si può raggiungere la spiaggetta e fare un bagno nel mare blu, stretto fra le scogliere a strapiombo. FELLONICHE - A soli tre chilometri da Leuca, ecco la piccola spiaggia di Felloniche, incastonata tra le scogliere. La baia rientra nell’agro di Patù.

Questo tratto di litorale ha un cuore di sabbia fine che si estende per poche decine di metri ed è incorniciato da ciottoli e massi arrotondati dal lavorio delle onde. Le acque dello Jonio dipingono l’insenatura di riflessi azzurri che lasciano intravedere in trasparenza i fondali popolati da una variegata fauna e flora. L’acqua è particolarmente fresca e trasparente anche in virtù della sorgente del Canale Volito. SAN GREGORIO - La baia di San Gregorio è una delle insenature più affascinanti della costa ionica salentina. La marina è a circa otto chilometri da Leuca, e fa parte del territorio del piccolo Comune di Patù. L’integrità del mare e la pulizia del litorale, che non è mai troppo affollato, ma anche la buona conservazione dell’habitat naturale, ifondali particolarmente interessanti sono le carte vincenti di questa località. L’insenatura è caratterizzata da lastroni di pietra piuttosto bassi e piatti su cui si cammina abbastanza agevolmente e ci si può distendere a prendere il sole. Dalla rotonda si possono ammirare l’insenatura con il piccolo molo e la caletta, più selvaggia, con la piccola spiaggia caratterizzata da grossi ciottoli. TORRE VADO - La spiaggia di Torre Vado è lunga circa due chilometri, nel territorio del Comune di Morciano di Leuca. È caratterizzata da una scogliera bassa e rocciosa che si alterna a un breve tratto di spiaggia con sabbia finissima, sia libera sia attrezzata, nei pressi del porticciolo e subito dopo le Sorgenti. Qui, fra gli scogli bassi e piatti, si aprono sbocchi naturali di acqua dolce che, nell’antichità, venivano utilizzati anche per dissetarsi. Un bagno nelle pozze di acqua sorgiva, limpida e freschissima, è un vero toccasana per tonificarsi e migliorare la circolazione del sangue. PESCOLUSE - Spiaggia finissima e mare trasparente sono i tesori delle “Maldive del Salento”: è questo il meritato appellativo con cui i salentini chiamano Pescoluse, marina di Salve, che per le sue acque da sogno . La località amata dai bagnanti si trova sulla riviera ionica, a circa nove chilometri da Santa Maria di Leuca, fra Posto Vecchio e Torre Pali e deve il suo nome esotico a un popolare stabilimento balneare. Una distesa di sabbia dorata si specchia nelle sfumature intense dello Jonio, con un fondale molto basso anche a diversi metri dalla riva, perfetto per i divertimenti dei bambini. Solo in alcuni tratti del bagnasciuga, affiorano piccoli scogli. A incorniciarla, un cordone di dune punteggiate da gigli selvatici e felci.

Il porto nel cuore del mediterraneo

Un approdo sicuro nel cuore del Mediterraneo. Il porto di Santa Maria di Leuca è da sempre un ponte fra l’Europa e l’Oriente, e non per nulla la leggenda vuole che da qui sia passato Enea con la sua flotta e che proprio qui sia sbarcato San Pietro per iniziare l’evangelizzazione dell’Occidente, per risalire poi fino a Roma.

Il volto del moderno porto risale agli anni ’80 quando fu realizzato il molo foraneo a tre braccia, rendendolo più sicuro con tutte le intemperie. Nei primi anni 2000, invece, sono stati costruiti oltre mille metri di pontili galleggianti che hanno permesso di trasformare il porto in un comodo e funzionale approdo turistico con 760 posti barca, dotato di tutti i servizi, capace di accogliere anche imbarcazioni di grandi dimensioni, fino a 40 metri di lunghezza.

Gestito da una società a partecipazione pubblica, il Porto turistico Marina di Leuca è una struttura efficiente e moderna che garantisce l’assistenza all’ormeggio 24 ore al giorno. Nell’area è presente anche un cantiere che provvede al rimessaggio delle imbarcazioni.

Il porto di Leuca è anche la base per le escursioni che in tutte le stagioni conducono i turisti alla scoperta delle grotte, accessibili solo dal mare, sia sulla costa di levante sia su quella di ponente. Una attiva marineria anima la piccola flotta peschereccia che da qui solca i mari vicini assicurando pregiato pesce fresco ai ristoranti e alle peschiere della zona.

info su: http://www.portodileuca.it

Leuca tra storia e leggenda

Santa Maria Di Leuca, chiamata “Finibus terrae” ovvero ai confini della terra, sorge sul promontorio Japigio sulla punta estrema dello sperone d’Italia che termina sull’alta scogliera di Punta Meliso, proprio dove il Mar Jonio e l’Adriatico si abbracciano, permettendo allo spettatore, di assistere sia al sorgere del sole nelle acque dell’Adriatico, sia al suo tramontare in quelle delle Ionio.

Le sue origini storiche sono avvolte da numerose leggende che le hanno attribuito per lungo tempo l’immagine di un luogo meraviglioso e di fantasia. Alcuni ritengono che sia stata fondata dai Fenici nel XIV secolo a.C., una leggenda narra che la penisola salentina penda verso est, perché un dio dell’antica Grecia per compiacersi la volle tutta per sé; ma una tra le più belle leggende che si narrano nel Salento, vede come protagonista la fanciulla Leucasia, sirena di Leuca. Essa racconta una storia di dolore e vendetta dove due innamorati vengono per sempre divisi.

La leggenda narra: “Nel tratto di mare che si stende tra Castro e la punta estrema della penisola, viveva una bellissima sirena, tutta bianca e il suo nome era Leucasìa. Il suo canto era armonioso e mai nessuno era stato in grado di resisterle, finchè un giorno, un giovane pastore, non scese sugli scogli per portare a lavare le sue pecore, si chiamava Melisso, era talmente bello che Leucasìa se ne invaghì. Subito cominciò a cantare il suo canto più bello ma, Melisso, innamorato della giovane e bella Aristula, non fece nessuna fatica a resistere alla tentazione, dato che il suo cuore batteva solo per la sua amata. La sirena non accettò il rifiuto, e attese con pazienza il momento della sua vendetta.

Un bel giorno i due innamorati scesero sugli scogli e subito Leucasìa scatenò una tremenda tempesta; le onde improvvise catturarono i due giovani e la perfida sirena fece in modo che annegassero e che finissero separati per sempre sulle due punte opposte di un ampio golfo. Dall’alto del suo tempio, la dea Minerva vide tutto questo e si impietosì. Decise allora di pietrificare i corpi di Melisso e Aristula, dando loro l’eternità: quelle pietre diventarono da allora per tutti e per sempre punta Meliso e la punta Ristola che, non potendosi toccare fra di loro, abbracciano quello specchio di mare lì dove la terra finisce. Anche Leucasìa finì pietrificata dal rimorso e si trasformò nella bianca città di Leuca”.

Ispirandosi a questa leggenda lo scultore Mario Calcagnile ha realizzato il “Trittico della Trascendenza” un gruppo scultoreo che rappresenta: La Nuotatrice dei due Mari, L’Angelo del Meliso e Leucasìa. Il triplice gruppo scultoreo è stato posizionato proprio di fronte al porto della marina di Leuca, ai piedi della Scalinata Monumentale. Leuca in realtà è località nota sin dall’antichità: infatti era lo scalo d'obbligo del traffico marittimo tra l'Oriente e il Mediterraneo occidentale, hanno fatto sosta anche i cretesi, fenici e greci per rifornirsi d'acqua e viveri. Da alcuni scavi effettuati sulla sommità del promontorio è in effetti emerso che questa zona è stata abitata fin dall’età del bronzo. Verso la metà del ‘500, fu costruita un torre, denominata “Torre degli uomini morti”, per scongiurare gli attacchi di pirati e Turchi. Costruzione cinquecentesca, armamento consistente in un pezzo di artiglieria, fu ricostruita alla metà del seicento. Nonostante tutto, i predoni riuscivano spesso a terrorizzare le popolazioni in quanto molti luoghi non venivano presi in considerazione. Dal 1873 ritornò l’interesse per questi luoghi e iniziarono le diverse opere di restauro e di recupero di tutta la zona, in quanto crescevano premesse per una sistemazione stabile.

Vicino al mare man mano, iniziarono a sorgere delle casette e stabilimenti per bagni, ma è solo a partire dal 1874 che si può parlare della nascita di una vera borgata, in quanto le abitazioni si moltiplicavano e si creavano anche le industrie, soprattutto quelle per la seta. La coltivazione della terra portò presto i suoi frutti con il mercato dell’olio e del vino. Anche il mare ebbe la sua importanza, soprattutto nel periodo anteguerra, con il porto che offriva riparo e opportunità a numerose imbarcazioni di pescatori. Durante l’Ottocento ci fu il desiderio da parte dei nobili, di disporre di abitazioni in riva al mare, motivo per cui sorgono ancora oggi a Leuca numerose ville, fiore all’occhiello del paese ancora oggi.

Nel gennaio del 1944, fu costituito il centro UNRRO (United Nations Refugees Resettlement Organization) e le ville vennero occupate da profughi della seconda guerra mondiale. Si trattava di ex internati ebrei, jugoslavi, greci provenienti da diversi campi di internamento fascisti disseminati nell’Italia meridionale, e per i seguaci di Tito, militari e civili, tra cui molti ebrei in fuga dall’altra sponda dalle violenze degli uomini di Hitler. In pochi giorni ne giunsero quasi 4000, che danneggiarono purtroppo gli affreschi e gli arredi. Solo tre anni dopo le ville tornarono ai legittimi proprietari quando gli occupanti vennero trasferiti all'estero ed in alcuni campi profughi italiani. Molte di queste ville purtroppo sono cadute in disuso o distrutte, ma fortunatamente, alcune si mantengono ancora oggi ben conservate, anche se molte hanno perso la loro fisionomia originaria.

Il faro

Sul promontorio del Méliso, l'antico Promontorium Japigium, a pochi metri dalla spaziosa piazza del Santuario, l’occhio non può sottrarsi alla maestosità e grandezza del Faro.

Progettato dall’Ing. Achille Rossi e fatto costruire nel 1864 e attivato a petrolio a livello costante, nel 1866, dal Genio Civile. Fu costruito al posto di una torre anticorsara di Filippo II.

La torre ha una forma ottagonale e di colore bianco, alto 48,60 m. dal suolo e a 102 mt. sul livello del mare. Essa è dotata di una lanterna dal diametro di 3 mt, con 16 lenti, che proiettano fasci di luce bianca visibili a circa 50 km di distanza e a intervalli anche un luce rossa, fu fatto funzionare per la prima volta il 6 settembre 1866.

E’ possibile salire fino alla lanterna mediante una scala a chiocciola di 254 gradini.

All’interno della struttura ci sono 4 alloggi di cui 3 sono utilizzati dai fanalisti ed uno è adibito a camera di ispezione, sala motori e sala radiofaro. In ultimo, caratteristica non tecnica, è la stupenda vista che si può appezzare dal terrazzo che permettono allo spettatore di godere di uno spettacolo raro.

Cascata monumentale e colonna romana

Lasciandoci alle spalle il Santuario, scendendo nella cittadina, un’altra tappa, è la Cascata Monumentale, a cui si accostano due rampe di scale di 300 gradini ciascuna, che scendono dal promontorio Japigio fino ad arrivare al porto. Il tutto fu voluto da Mussolini, per festeggiare la fine dei lavori per la costruzione dell’Acquedotto Pugliese. Lo scoppio della Prima guerra mondiale comportò la sospensione dei lavori e solo nel 1927 la costruzione delle diramazioni urbane e periferiche portò al completamento dell’opera. Salendo le scale si notano due scritte “REX” e “DUX”, incise nel sasso delle scale, legando così il presente al passato. Alla fine della scalinata troviamo la Colonna Romana Monolitica, fatta portare dal Duce per celebrare l’evento. Le acque della Cascata una volta giunte in basso sfociano in mare in una festosa effervescenza di spuma.

Le Ville

Le ville sono famose in tutto il Capo e non solo, vennero costruite durante la seconda metà dell’Ottocento e nel tempo sono diventate attrazione turistica, esse sono state edificate in stili differenti, che vanno dal classico al moresco, al neoclassico all’orientale e al nordico feudale. Ognuna unica nel suo genere, le ville testimoniano la scelta di questa città come luogo di villeggiatura delle più agiate famiglie del Salento che qui eressero le loro dimore estive.

Le ricche famiglie furono attirate dalla bellezza della costa di Santa Maria di Leuca trasformando così l’allora modesto villaggio di pescatori, in una nota località turistica. Infatti il decollo turistico di Leuca, ebbe inizio nel 1874, quando l’ingegnere Ruggeri, costruì la bellissima e omonima villa a pochi passi dal mare e diede il via a una vera e propria moda di edificare ville per poter trascorrere la villeggiatura estiva nella Marina di Leuca.

Verso la fine del XIX secolo si contavano 43 ville, molte delle quali oggi purtroppo in disuso o profondamente modificate rispetto al passato. Questo anche perché, durante la II guerra mondiale, a molte ville furono sottratti gli elementi decorativi metallici, come balaustre, ringhiere ecc. necessari per la produzione di armi; inoltre nello stesso periodo quasi a tutte le ville, furono requisite ai proprietari e utilizzate per l’accoglienza degli sfollati. Alcune subirono gravi danni e al termine della guerra furono ristrutturate totalmente.

Nonostante le differenti caratteristiche, ogni villa ha comunque simile struttura, infatti non potevano mancare: un parco nella parte anteriore della villa, un giardino nella parte posteriore, utilizzato per la coltivazione, una cappella privata con un’immagine della Madonna, un pozzo per la raccolta dell’acqua potabile e una stalla per i cavalli e una rimessa per le carrozze. In seguito alle varie ristrutturazioni molti di questi elementi sono stati trasformati e a oggi poco riconoscibili. Caratteristica di alcune di queste dimore, era, di avere una scogliera di “capanni”, alcuni in muratura e altri in legno, dette “bagnarole”.

Le Bagnarole

La Bagnarola, è una tipica struttura in pietra o legno, costruita sulla scogliera, vicino al mare. I proprietari delle ville, facevano costruire sui vicini scogli queste bagnarole, che erano dei camerini in muratura che nascondevano una vasca scavata nella roccia e collegata al mare.

Esse servivano alle signore, non solo a fare il bagno lontano da occhi indiscreti ma, anche a proteggerle dall’esposizione ai raggi solari.

Durante la Belle Epoque, nessuno si esponeva al sole, poiché si voleva conservare il chiaro colorito invernale anche in estate, dato che l’abbronzatura era considerata poco elegante. Ogni famiglia, proprietaria di villa, generalmente aveva la sua bagnarola in pietra o in legno.

Quella in pietra, poteva essere di forma circolare o a pianta esagonale, riproduceva lo stile architettonico e i colori della villa di appartenenza, quelle in legno, invece, erano quadrangolari o rettangolari, chiuse ai lati con possibilità di aperture laterali e con una piccola cupola nella parte superiore.

Lungo la spiaggia inoltre, si potevano trovare delle escavazioni naturali e non, che venivano utilizzate come “camerini” per chi non aveva altre possibilità per far un bagno riservato ma soprattutto più sicuro.

Vi erano quattro tipologie di bagnarole: la conca, bagnarola scoperta, bagnarola di legno e bagnarola di pietra.

Conca, una fossa tra gli scogli in riva al mare, utilizzata da chi non sapendo nuotare andava alla ricerca di un posto sicuro, possiamo dire che la conca era la bagnarola del popolo.

Bagnarola scoperta, una specie di vasca da bagno sia per bambini che per gli adulti che non sapevano nuotare. In un primo momento erano riservate per cui difficilmente chiunque poteva accedere. Ognuna aveva il nome del proprietario, questa tipologia apparteneva a famiglie di livello sociale medio.

Bagnarola di legno, scavate in prossimità della riva, erano di forma quadrangolare, con cataletti di accesso al mare e scalette di pietra.

Alla base vi era l’acqua e le parti laterali erano di legno che chiudevano la struttura. Queste non esistono più, sono state attive fino agli anni ’60, appartenevano a famiglie dell’alta borghesia; l’ultima fu quella della famiglia Arditi. Bagnarole di pietra, la struttura è la stessa: ovvero una parte scavata nella roccia in forma quadrata con due cataletti per l’accesso al mare, coperta da una costruzione in pietra.

Si accedeva da una porta, che immetteva su un pianerottolo da cui si scendeva poi in acqua da una scaletta in pietra. Queste costruzioni erano un segno di “Proprietà” e di “Identificazione”, oggi ne sono rimaste solo tre in pietra, due grandi, quella della villa Meridiana e villa Fuortes, che si trovano davanti l’hotel Terminal e una piccola, costruita sulla scogliera non scavata, nelle vicinanze del pontile.

Villa Meridiana

La storia di queste ville di Leuca, inizia con Villa Ruggeri nel 1874, essa sorge sul lungomare Cristoforo Colombo, conosciuta come Villa Meridiana.

Così denominata per via di un orologio solare posto sulla facciata che sovrasta la balconata d’ingresso della casa; dalla famiglia Ruggeri la villa passò successivamente ai Serafini-Sauli e da questi, qualche anno fa, ai proprietari dell’hotel Terminal.

Ben presto sorsero altre sontuose dimore, con stili diversi e sofisticati. Villa Meridiana, fu la prima villa, in ordine cronologico costruita sul lungomare; la sua struttura è rimasta uguale nel tempo e ancora oggi chi la guarda, ne rimane affascinato.

All’esterno è rivestita da fasce parallele rosse e gialle, con lesene ioniche, all’interno decorata da bellissimi mosaici. All’interno un grande spazio centrale esagonale, dal quale si accede alle singole stanze. La parte posteriore presenta invece, una loggia arricchita con colonne ioniche.

Al piano terra vi sono due ambienti esagonali: scuderia e stalle, altre invece di forma quadrata, rettangolare e triangolare, piano riservato alla servitù e deposito. Il piano riservato ai nobili, invece, presenta un ingresso rettangolare, dal quale si accede alle camere da letto e a un grande salone circolare.

L’ingresso principale della villa è sul lato est, esso presenta due colonne ioniche e quattro lesene, due finestre, una fascia marcapiano un parapetto in muratura e un corpo a scala. L’ingresso è rialzato rispetto al giardino ed è raggiungibile tramite una scala, sotto il vano scala è ubicato l’ingresso alle stanze della servitù. L’elemento più particolare di questa villa è una piccola lanterna-belvedere, che consente una volta raggiunta, di osservare tutta la marina.

Dal tempio di Atena al Santuario di Santa Maria di Leuca

FONTI STORICHE E DATI ARCHEOLOGICI SUL PIÚ ANTICO LUOGO DI CULTO DEL CAPO IAPIGIO.

La maggior parte delle guide turistiche del Salento, quelle che puntualmente - all’inizio di ogni stagione estiva - fanno la loro comparsa sugli scaffali delle edicole, sulle bancarelle dei mercatini e nelle rinomate, lussuose, colte librerie della Terra D’Otranto, riportano la notizia che il Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae - sul Promontorio di Punta Meliso (ad est di Leuca) - è stato edificato su un preesistente tempio dedicato a Minerva.

Si tratta di una tradizione storica che affonda le sue origini ai tempi del poeta Virgilio il quale, nel Terzo Libro dell’Eneide (vv. 835-842), localizzava lo sbarco di Enea presso un “[…] porto che si curva in arco contro il mare d’oriente, due promontori schiumano sotto l’urto delle onde e il porto vi sta nascosto; gli scogli come torri proiettano due braccia che sembrano muraglie; il tempio è lassù in alto, ben lontano dal mare […]”, senza tuttavia fare alcun riferimento al Promontorio di Leuca.

Alcuni secoli dopo il geografo greco Strabone scrive: “[…] dicono che i Salentini siano coloni dei Cretesi; presso di loro si trova il Santuario di Atena, che un tempo era noto per la sua ricchezza, e lo scoglioso promontorio che chiamano Capo Iapigio, il quale si protende per lungo tratto sul mare in direzione dell’Oriente invernale, volgendosi poi in direzione del Lacinio […]” (Geografia, VI 3, 5-6). Anche da questa fonte non si può stabilire l’effettiva localizzazione del tempio pagano sul promontorio ad est di Leuca.

La tradizione dei scrittori latini e greci è stata ripresa da uno storico locale vissuto tra il XV e il XVI secolo, Antonio De Ferrariis detto il Galateo, che, nella sua opera De situ Japygie - pubblicata postuma nel 1558 - identifica il Promontorio Iapigio con la sede di un antico culto pagano, praticato con grande devozione1.

Un secolo e mezzo dopo Luigi Tasselli, nel libro Antichità di Leuca (1693), scrive: “[…] In Leuca vi era, come tante volte si è detto, il Tempio della Dea Minerva, la quale con le buone qualità, e virtù, che le fingevano i Gentili, era ombra delle vere preeminenze della Gran Madre di Dio; or essendo uso degli Apostoli pratticato da’ loro successori, tolte via quelle ombre del Gentilesimo (Paganesimo), far subito adorare da’ convertiti Christiani verità, che potevano essere ombregiate da quelle antiche loro osservanze, acciò invogliati vie più dalla facilità, delle loro osservanze antiche, potessero impiegare quelle in buoni usi, appigliarsi à riverire quello in fatti doveva essere adorato secondo Dio: adunque per tutte le suddette ragioni i Discepoli di San Pietro, morta la Beata Vergine, e tolto via il falso simulacro di Minerva, subito eressero la sua Chiesa con l’imagine di Maria per esser adorata da’ Leuchesi in quella Città, protestando, che tutto quello fingevano di Minerva i Gentili era con verità in Maria, degna di esser honorata da tutti […]”.

L’immagine del presunto tempio di Minerva a Leuca è riprodotta su una tela del pittore Pietro De Simone, che raffigura l’Apostolo San Pietro nell’atto di elevare la Croce di Cristo sul luogo in cui ora sorge il Santuario di Finibus Terrae, considerato il suo primo approdo in Occidente. In occasione di quell’evento, datato al 43 d.C., il tempio pagano venne trasformato in luogo di culto cristiano: l’Apostolo, infatti, avrebbe collocato un’immagine di Cristo e celebrata la prima messa. Il tempio, quindi, sarebbe stato dedicato inizialmente al Salvatore e, in un secondo momento, a Maria2.

Sull’esistenza del tempio pagano e sul leggendario passaggio dell’Apostolo Pietro si è poi sviluppata una fervida tradizione storica, che si tramanda ancora oggi nei libretti a carattere turistico-religioso.

In realtà, come scrive Andrea Chiuri nel libro “Pellegrini a Leuca. 2000 anni di storia”, non esistono documenti archeologici che attestano la reale presenza del santuario dedicato ad Atena sulla Punta Meliso, la cui localizzazione “è quindi una notizia falsa, che tuttavia ha permesso di creare un collegamento tra antico e moderno in grado di conferire a Leuca un ruolo primario come base dell’evangelizzazione, accrescendo enormemente il suo prestigio”3.

Gli scavi archeologici, svoltisi sulla Punta Meliso di Leuca negli anni ’70 del secolo scorso, hanno permesso di scoprire un insediamento fortificato, che si è sviluppato dalla prima età del Bronzo all’età del Ferro, ma non evidenze relative a luoghi di culto.

Alla luce di queste indagini archeologiche, quindi, occorre individuare il promontorio della penisola salentina, chiamato in causa dalle fonti antiche, su cui si trovava il tempio di Atena.

Recenti scavi archeologici, effettuati sulla sommità del promontorio di Castro e condotti da Francesco D’Andria, hanno portato alla luce interessanti reperti, tra cui una metopa decorata da un triglifo, attribuibile ad un tempio che sorgeva, probabilmente, sull’acropoli della cittadella messapica. Nel 2008, nella stessa area di scavo, è stata casualmente rinvenuta una statuetta bronzea raffigurante Atena Iliaca con l’elmo frigio, che ha consentito di identificare il tempio con quello dedicato ad Atena.

Il tempio attribuibile al culto di Atena, per concludere, sorgeva sul promontorio di Castro e non su quello di Punta Meliso, nei pressi di Leuca.

Se - da un lato - l’Archeologia ha smentito le fonti storiche, relativamente alla presenza di un luogo di culto pagano sulla Punta Meliso, la stessa disciplina ha permesso di localizzare un santuario costiero nei pressi di una cavità naturale, localmente conosciuta come Grotta Porcinara, che si apre sul versante orientale di Punta Ristola, ossia il promontorio che cinge ad ovest la baia di Leuca. Si tratta di un’area cultuale che ha rivestito un ruolo di primissimo piano nell’ambito delle manifestazioni cultuali messapiche e dei rapporti commerciali con il mondo ellenico.

La divinità venerata era Zis4, rappresentata con la folgore, alla quale si rivolgevano i naviganti in cerca di protezione per la loro attività: il dio infatti, secondo gli indigeni, era in grado di dominare le forze atmosferiche e di rendere propizia la navigazione.

I fedeli giungevano presso l’area antistante la grotta-santuario direttamente dal mare, attraverso scalinate e terrazzi tagliati nella roccia.

Nelle prime fasi di frequentazione del luogo di culto (fine VIII secolo a.C.) venne impiantato un deposito votivo, in uso fino alla metà del VI secolo a.C., che conservava al suo interno resti di sacrifici.

In piena età arcaica le attività di culto sembrano spostarsi all’interno della Grotta Porcinara. Sulle sue pareti sono state individuate ben 27 tabelle, con iscrizioni in greco e in latino, in cui compaiono dediche, ringraziamenti, richieste di protezione e di fortuna rivolte alla divinità.

Il santuario - quindi - localizzato lungo l’importante rotta che dall’Oriente portava verso la Magna Grecia, era un punto di riferimento per coloro che praticavano attività legate al mare, la cui buona riuscita era sottoposta alla benevolenza degli dei5.

Il santuario costiero è stato frequentato sino alla fine del II sec. d.C., periodo in cui il culto cristiano inizia gradualmente a sostituire quello pagano, conservando però lo stesso significato religioso: nella concezione pagana, Giove (Iuppiter) salvava i naviganti dai naufragi e dal mare in tempesta; nella devozione cristiana, Gesù Cristo - il Salvatore - salva gli uomini dal peccato.

Bibliografia:

  • AA.VV., Salento. Architetture antiche e siti archeologici, a cura di A. PRANZO, Lecce, 2008, pp. 222-224.
  • AA.VV., Leuca, Galatina, 1978, pp. 177-221.
  • AURIEMMA R., Salentum a salo. Forma maris antiqui, (Vol. I), Galatina, 2004, pp. 289-291.
  • CAVALERA M., Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C., Modugno (Ba), 2010, pp. 46-47.
  • CHIURI A., Pellegrini a Leuca. 2000 anni di storia, Tricase, 2000.
  • D’ANDRIA F., Cavallino. Un centro indigeno del Salento, 2002, pp. 1-10.
  • D’ANDRIA F., LOMBARDO M., I Greci in Terra d’Otranto, Martina Franca (Ta), 1999, pp. 30-33.
  • SARCINELLA E., La via dei Pellegrini. L’antico Cammino leucadense riproposto nel III millennio da Speleo Trekking Salento, Lecce, 2000, pp. 106-107.
  • ZACCHINO V., Antonio Galateo De Ferrariis. Lecce e Terra D’Otranto. La più antica guida del Salento, Galatina, 2004, p. 66.

1 ZACCHINO 2004, p. 66.
2 CHIURI 2000, p. 17.
3 CHIURI 2000, p. 15
4 Zis è il teonimo messapico che corrisponde al greco Zeus. Il nome, nelle iscrizioni, è associato all’aggettivo Batas (saettante).
5 CAVALERA 2010, pp. 46-47

Santuario De Finibus Terrae

Il Santuario De Finibus Terrae è situato sul promontorio Japigio, nasce su un antico tempio dedicato alla dea Minerva. Il tempio originario è stato distrutto diverse volte e le successive ricostruzioni hanno subito analoga sorte a causa delle incursioni saracene del periodo medievale e di quelle turche in seguito. Secondo la leggenda questo sarebbe caduto in frantumi all’apparire dell’apostolo Pietro, che toccò per la prima volta il suolo italico e vi piantò una croce. Nonostante i numerosi saccheggi e distruzioni è stato più volte ricostruito.

La devozione alla Madonna di Leuca ha profonde radici.

Sin dal Medioevo il Santuario è stato meta di pellegrinaggi. Molti cavalieri crociati, venivano ai piedi fin qui a pregare e si affidavano alla sua protezione.

Tra le genti del Capo è diffusa la credenza che almeno una volta nella vita, tutti si debba andare alla Madonna di Leuca.

Distrutto più volte, ma sempre riedificato nello stesso luogo, l’attuale Santuario è il sesto e risale al 1700, rifatto dal Vescovo Mons. Giannelli. La Basilica è a croce latina, con un’unica navata con l’altare maggiore dove vi è collocata l’immagine della Vergine. Vi sono inoltre anche sei altari, dedicati a S. Francesco di Paola, S. Giovanni Labre, alla Sacra Famiglia, all’Annunziata, a S. Pietro e a S. Giovanni Nepomuceno. Al termine della Navata c’è un pulpito in pietra con un pannello, dove compare lo stemma del Vescovo Giannelli e la rappresentazione di una scena del crollo del tempio mentre appariva S. Pietro. Sulla controfacciata ci sono: a destra, la lapide commemorativa del Giannelli, e a sinistra, una targa bronzea incorniciata che ricorda l’affondamento nelle acque di Leuca, nel 1915, della corazza francese Leon Gambetta. Nella parte anteriore, nella navata destra è stata collocata una cappella con la statua della Madonna.

Nel 1990 fu Papa Giovanni Paolo II a elevare il santuario al rango di “Basilica Minore”.

Villa Daniele - Romasi

Fu costruita nel 1880, su progetto dell’ingegnere Achille Rossi, proprietaria la famiglia Daniele. La villa è in stile moresco e ricorda alcuni elementi dell’architettura spagnola durante la dominazione araba. Denominata "La nave" per la sua ampiezza e la sua forma caratteristica, che ricorda appunto, una grande nave composta da una torretta che si eleva centralmente e da trifore con bassi rilievi che impreziosiscono i due diversi livelli dell’ampia costruzione.

Costruita in tufo e pietra leccese, caratterizzata da un impianto planimetrico curvilineo nel corpo centrale, al piano inferiore in origine vi erano le scuderie e un piano nobile superiore, decorato da raffinati motivi liberty-islamici sulle pareti e sui pavimenti, la torretta che si innalza centralmente, in simmetria con il prospetto centrale e due diversi livelli di costruzione, rievocano il ponte di una nave.

L’edificio recentemente è stato restaurato e modificato rispetto all’originario, oggi infatti presenta un intonaco a fasce bianche su campiture rosa le pareti del piano terra sono di tufo a vista e i tre portoni sono chiusi. La superficie del piano superiore al centro, presenta due vani ellittici con ala, a ciascun lato, che ospitano le camere da letto. I soffitti interni sono stati finemente decorati, interessanti per la fusione tra motivi liberty e tratti tipicamente islamici. I pavimenti furono realizzati in graniglia. Durante l’ultima guerra, come altre ville della zona, fu occupata da truppe americane e da gruppi di sfollati che danneggiarono in modo irreparabile le decorazioni delle pareti. Il giardino interno è molto scenografico poiché mostra rocce compatte sulle quali vegetano alberi grandiosi e piante di ogni genere.

Villa Episcopo

Questa villa prende il nome dal proprietario originario, il signor Pasquale Episcopo, fu realizzata su progetto dall’ingegnere Rossi.

Considerata una delle più suggestive di Leuca per il suo gusto tipicamente orientale. Lo stile è in effetti: esotico, orientaleggiante, la torretta centrale, con la singolare copertura a “pagoda” e le antefisse in terracotta a forma di drago, ci portano a definire “cinese” l’impostazione dell’intervento e per questo denominata "La Pagoda cinese".

I particolari cappelletti cinesi della recinzione esterna e i bordi dell’edificio, sono di colore blu elettrico, che contrastano il bianco mediterraneo. Il colore della villa è stato utilizzato per rendere differenti gli elementi architettonici e rendere più gentile l’edificio

Villa Fuortes (Villa dei misteri)

La villa fu fatta costruire da Giocchino Fuortes tra il 1880 e il 1882 su un lotto di forma rettangolare adiacente alla già esistente “Villa Fuortes” voluta da Tommaso Fuortes, da cui riprende gli stilemi pompeiani. Il progetto della dimora signorile fu probabilmente redatto dall’Ing. Achille Rossi.

La villa presenta un impianto planimetrico, di forma rettangolare, del tipo simmetrico rispetto al porticato e alle stanze di abitazione; inoltre, la dimora è contornata da un ampio giardino. E’ accessibile dal Lungomare Cristoforo Colombo dopo aver percorso un viale.

La villa è composta da un solo piano rialzato rispetto a quello di calpestio mentre le scuderie sono interrate. L’accesso alle scuderie e al giardino, un tempo era anche possibile da due piccole strade poste sui lati est ed ovest della villa. Un’ampia scalinata e un porticato interamente decorato da stesure musive pavimentali con motivi floreali e geometrici danno accesso all’ampia sala di rappresentanza; inoltre, sul lato ovest sono poste due scale di servizi: la prima che conduceva alle scuderie e attualmente murata; la seconda consente l’accesso alla terrazza. L’interno della villa è impreziosito dalla presenza di un pavimento a mosaico prevalentemente a schema geometrico e a motivi floreali. L’ampio fronte è equamente diviso in tre parti. Dieci colonne ioniche scandiscono il prospetto, di cui 6 sono semicolonne ai lati e 4 intere corrispondenti al vestibolo d’ingresso. Attualmente questa villa è sede della Pro Loco di Leuca.

Villa Colosso

Questa villa è il secondo lavoro dell’ingegnere Achille Rossi a Leuca e fu terminata nel 1881, situata sul lungomare. In questa costruzione il Rossi adotta uno stile del tutto semplice, composto, lineare, classicamente mediterraneo nelle forme con elegante balaustra centrale nella parte superiore.

Villa De Francesco

Anche questa villa fu progettata dal Ruggieri nel 1881; si sviluppa su due piani nettamente separati: poco curato e quasi grezzo il piano terreno destinato agli ambienti di servizio, in stile moresco riccamente elaborato con decorazioni intagliate nella pietra leccese il piano superiore. Gli interventi di manutenzione della facciata hanno cancellato il variegato e policromo apparato pittorico del prospetto principale, caratterizzato dal motivo della loggia che richiama al mirhab della moschea di Cordoba. Conosciuta anche come Villa Licci, dal nome degli attuali proprietari.

Villa Maruccia

Chiamata così dal nome della famiglia che ne detiene la proprietà; questa villa è del 1878 progettata dall’ing. Giuseppe Ruggieri. Essa si trova in una posizione abbastanza arretrata rispetto alla strada pubblica e questo spazio è tutto coperto da verde e da piante tipicamente mediterranee. La facciata principale, tinteggiata con colore rosso-marrone a fasce e figure geometriche, è senz’altro la cosa più rilevante della villa e si ispira a uno stile classicheggiante definito anche egizio.

Villa Mellacqua

Venne costruita nel 1876 su progetto dell’ingegnere Giuseppe Ruggieri. Prende il nome dal suo proprietario originario Filippo Mellacqua; lo stile di questa villa è stato da sempre definito neogotico per via dello slancio in verticale dell’intera struttura e, in maniera ancora più specifica, per via delle quattro torri cilindriche che rendono la villa simile a un castello.

La pianta del piano terra presenta un ingresso coperto, un soggiorno, un salone, quattro stanze da letto, cucina e nelle torri circolari sono posti i servizi igienici e un ripostiglio mentre, sul lato nord-ovest è posto una scala a due rampe che permette di raggiungere il piano primo.

Questo piano mantiene la stessa ripartizione del piano sottostante; infatti, i vani corrispondono come destinazione a quelli del piano terra. Sul lato ovest è posta una scala di servizio a due rampe rette.

I quattro prospetti della villa sono pressoché uguali. Il prospetto principale presenta un arco a sesto acuto ribassato diviso in due parti, all’interno dell’arco sono poste una “F” e una “M” di carattere gotico le quali corrispondono al nome del proprietario della villa, il signor Filippo Mellacqua.

Le Grotte

Il Capo di Leuca, è affascinante anche per il suo mare e le sue coste.

Vicino a questo mare cristallino si possono ammirare circa trenta grotte carsiche, ognuna delle quali ha un nome dovuto alla loro forma o colore e scavate nel tempo dalla furia del mare e dalle necessità dell’uomo.

Lungo tutta la costa, si possono trovare scogliere alte e frastagliate, rocce altissime, dai colori più vari e insenature strette e profonde.

Per cogliere il massimo della loro bellezza, è preferibile visitare le grotte di levante con la luce del mattino e quelle di ponente, nel pomeriggio, in quanto l’effetto luminoso è più suggestivo.
La Costa di Ponente, bagnata dallo Ionio, presenta una costa bassa e rocciosa troviamo:
Grotta delle Tre Porte, chiamata così in quanto presenta tre aperture. In un ambiente di questa grotta, vi è un cunicolo che termina dopo 30 mt in una camera con stalattiti e stalagmiti, detta Grotta del Bambino. Qui fu ritrovato, nel 1958, un dente infantile neandertaliano, nel cunicolo invece sono stati ritrovati dei resti di elefante antico, rinoceronte e di un cervo.
Grotta del Presepe, chiamata così in quanto presenta uno scena somigliante a una biblica, formata da una serie di archi bassi dai quali si può passare solo quando il mare è calmo.
Grotta dei Giganti, grotta legata alla leggenda che lì fossero sepolti i cadaveri dei giganti uccisi da Ercole. Il nome deriva dalla presenza di denti e ossa di pachidermi. Si accede per via mare per visitarla occorre scendere dalla barca. È una delle grotte più interessanti dal punto di vista archeologico e paleontologico. Da un piccolo lembo di terra rossiccia, sono stati ritrovati frammenti di ceramica bizantina, un vasetto di vetro e cinque monete di bronzo di Costantino VII e di Romano I.
Grotta della stalla, detta così, forse perché un tempo veniva utilizzata dai pescatori per ripararsi dalle burrasche, formata da due grotte dove è possibile fare il bagno.
Grotta del Drago o degli Innamorati, profonda 60 mt, chiamata così per la sua somiglianza alla testa di un drago, questo la si può notare sulla parete sinistra una volta entrati.
Grotta Porcinara, è una delle grotte più conosciute a Leuca, situata sul versante est di Punta Ristola, a 20 mt sul livello del mare. È una grotta non naturale in cui è stata rinvenuta una struttura muraria, è divisa in tre grandi ambienti e sulle pareti sono presenti testimonianze epigrafiche greche o latine che si rivolgono a Giove o alla dea della Fortuna, mentre una di queste stanze è stata utilizzata come luogo di culto cristiano coi bizantini e vi sono delle croci scolpite. È stata scavata dall’uomo e presenta due grotte che permettono di accedere nei tre ambienti comunicanti. Molto importante è stato anche il ritrovamento di alcune iscrizioni in messapico su alcuni frammenti di ceramica ritrovati nella grotta durante degli scavi effettuati negli anni 70 dall’istituto di Archeologia dell’Università di Lecce. Si può accedere da terra da un sentiero che parte dalla litoranea.

Leuca con questa grotta, nell’antichità costituiva uno dei tanti luoghi di culto, nelle quali venivano adorate le divinità locali. Per molti secoli hanno assolto la funzione di Santuario Messapico, greco ed infine latino, insieme a punta Meliso, un’altra grande area sacra, hanno fatto divenire Leuca una grande area di culto prima pagana poi cristiana, conosciuta in ogni parte del mondo.
Grotta del Diavolo, situata sempre su punta Ristola, a circa 50 mt dalla grotta Porcinara, è accessibile sia per via mare che terra. È stata denominata così, in quanto si sentivano dei rimbombi che venivano attribuiti dalla fantasia popolare ai diavoli. Recenti ricerche hanno riportato alla luce una serie di utensili risalenti al Neolitico.
Sulla Costa di Levante abbiamo invece:
Grotta Le Cazzafre: il suo nome deriva dal greco e significa “casa di spuma”, questo forse dovuto alla schiuma che le onde creano infrangendosi contro gli scogli. Si può accedere solo in barca, per ammirare una volta piena di stalattiti. Ciò che colpisce di più è la mano della natura, che sembra aver disegnato questi archi sia della terra che dal mare.
Grotta del Morigio: chiamata così perché secondo la tradizione, i Mori si fermarono prima di attaccare e distruggere Leuca. È una grotta nascosta che ha un difficile accesso sia dal mare che da terra.
Altre grotte presenti sul litorale leucano sono: Le Mannute , Montelungo, Grotta del Brigante, Grotta della Vora, del Laghetto, del Ciolo, Punta rossa, Canale del Rio, la grotta delle Ossa, poi ancora troviamo, la grotta Titti, la grotta del Talato, del Cerchio, di Terradico, la Grotta del Soffio, di Mesciu Scianni, la grotta del Fiume, di Porrano; dov’è possibile assistere a testimonianze uniche lasciate dal tempo, dalla natura ma anche dall’uomo.

Lungomare Cristoforo Colombo

Fu progettato dall’Ing. Achille Rossi, sorto nella fine dell’ottocento. Sono occorsi più di 100 anni per avere l’attuale lungomare. I proprietari delle ville in un primo momento avevano l’accesso diretto al mare, successivamente è stata costruita la strada che divideva le ville dalla scogliera con un marciapiede.

Proseguendo verso punta Ristola, noteremo un piccolo ponte che scavalca un canalone dalle pareti rocciose. In realtà esistono tre canaloni, chiamati San Vincenzo, Leopardo e del Pozzo, l’ultimo in direzione del Santuario.

Chiesa di Cristo Re

Edificata al centro della Marina, l’attuale Chiesa è stata costruita in carparo locale. Le sue origini non sono remote, infatti l’inizio della sua costruzione risale nel 1890, su progetto dell’ing. Pasquale Ruggeri; lo stesso periodo in cui furono costruite le incantevoli ville. Per un insieme di circostanze, soprattutto economiche, la Chiesa fu completata solo dopo quarant’anni dalla posa della prima pietra. Va ricordata, la generosa collaborazione degli abitanti e dei proprietari delle Ville, specialmente delle nobili donne che, attraverso Lotterie estive, hanno potuto raccogliere delle somme da destinare per la costruzione della chiesa. Il tempio, in stile gotico pugliese, si compone di tre navate, delle quali la centrale è lunga 30 metri e quelle laterali 20. La larghezza di tutte e tre è di circa 18 mt. Accanto alla Chiesa si nota un campanile slanciato con la parte finale a cuspide, completato nel 1978 dopo il crollo avvenuto l’11 Marzo del 1960, mentre si celebrava la S. Messa. Fortunatamente non vi furono vittime, ma si gridò all’intervento protettivo della Madonna di Leuca. Fu un autentico miracolo. Molto bella è anche la gradinata di accesso alla Chiesa, iniziata nel maggio del 1947 e inaugurata il 14 Settembre dello stesso anno.

Spiagge

Sulla costa del Capo di Santa Maria di Leuca, vi sono spiagge bellissime; questo spiega, perché Leuca con il suo clima mite, diventa meta ambita per turisti in tutti i periodi dell’anno e non solo in estate. La sua varietà di spiagge, permette di soddisfare ogni tipo di esigenza da parte del turista, da chi va in vacanza con la famiglia ai giovani che vogliono divertirsi fino a notte fonda, sia per chi cerca un angolo solitario e chi invece una spiaggia affollata. Leuca ha un piccolo lido sabbioso a ridosso dell’elegante lungomare, e diversi lidi attrezzati che, attraverso pontili in legno rendono accessibile tutto il tratto di costa rocciosa e bassa. Una volta superata Punta Ristola, ritroviamo la costa alta con scenari davvero unici: è questo il tratto delle famose grotte. Alcune spiagge intorno alla bella Leuca sono: Località Ciolo, dove la costa è alta e scende, attraverso uno splendido scenario, fino al mare azzurro, Marina di Felloniche con una costa bassa e sabbiosa, Marina di San Gregorio con ciottoli e scogli, Torre Vado, una località turistica con più di un chilometro di lungomare, vicino troviamo le belle spiagge di Posto Vecchio e Pescoluse, con un litorale di più quattro chilometri di spiaggia sabbiosa dorata e molto fine adatta alle famiglie.

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TREKKING DOMENICALE, ITINERARI NATURALISTICI, CULTURALI e SPIRITUALI

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STS - SpeleoTrekkingSalento

Associazione escursionistico-culturale di Lecce - no profit, fondata il primo gennaio 1997 da Riccardo Rella, unitamente a Antonio Perulli e Antonio Adamo, dopo un ventennio di esplorazione del sottosuolo (1975/1995) e di attività speleologica negli ambienti carsici salentini alla ricerca delle origini.

Proprio l’esperienza speleologica e la conoscenza del Territorio spinsero il Rella a iniziare, per primo nel Salento, l’attività di trekking al fine di portare a conoscenza dei Salentini, nel modo più semplice e naturale, cioè con il movimento lento, le peculiarità paesaggistiche che caratterizzano la regione.

D’allora tutti in cammino, dunque, condividendo quel movimento salutare, privo di controindicazioni, nella sua semplice, fluida, sportività, ai fini del benessere psicofisico, della conoscenza e della socializzazione!

Con la collaborazione della prof.ssa Rita De Matteis, iscrittasi nel 1998, l’Associazione ha assunto un taglio più prettamente culturale, con notizie e approfondimenti circa la storia delle testimonianze, intorno alle quali risultano attualmente costruiti circa 150 circuiti trekking.

Frutto della ricerca e dall’esperienza escursionistica è la ricostruzione del “Cammino per Leuca”, la via storica percorsa dai pellegrini diretti inTerrasanta, o proprio alla perdonanza alla Madonna Maris Stellae, il cui Santuario, che si eleva su punta Meliso, estremo promontorio meridionale d’Italia, in uno spettacolare contesto paesaggistico, si ritiene voluto dallo stesso S. Pietro nel 43 d.C., sulle rovine di un precedente tempio dedicato a Minerva.

SpeleoTrekkingSalento organizza ogni anno due eventi:

“Il Cammino per Leuca” (che verrà riproposto nel 2016 per la tredicesima edizione) è un percorso di 140 chilometri a piedi, in sei giorni, da Brindisi a S. Maria de Finibus Terrae, convergenza naturale e spirituale delle Vie Francigene Europee, su sentieri olivetati, in alcuni tratti panoramici, con momenti di sosta e di preghiera nelle suggestive cappelle di campagna, interamente affrescate, dedicate alla Madonna; l’ultima tappa di questo emozionante “iter fidei” sarà effettuata la prima domenica di maggio in coincidenza con la “Giornata nazionale della Rete dei Cammini”;

“La Transalentina del Sole”, 50 km a piedi, in un solo giorno dal mattino al tramonto, seguendo il cammino del Sole, da Otranto, la città più ad est d’Italia, a Gallipoli, una volta privilegiato porto d’imbarco dell’olio per tutto il Nord Europa. Tale percorso è definito “Ponte della fratellanza”, in quanto unisce in un abbraccio due città portuali, un tempo unite nella lotta contro gli invasori.

L’orgoglio dell’Associazione e del Rella, in particolare, che n’è il presidente, é di avere contribuito con il passa parola di migliaia di iscritti, che in questi vent’anni hanno preso parte all’attività escursionistica, a fare conoscere gli anfratti più remoti di questa magica Terra Salento, all’epoca quasi letteralmente sconosciuta, con risvolti positivi sul turismo e sulla valorizzazione delle nostre preziosità artistiche.

Riccardo Rella e Rita De Matteis, in collaborazione con l'Associazione, hanno nel 2015 pubblicato il libro- guida " Il Trekking nel Salento", edito dalla Casa Editrice Botanica Ornamentale di Maglie (www.mauriziocezzi.it - cell. 337/937841) contenenente ventuno percorsi escursionistici, strutturati ad anello, corredati di note tecniche, di immagini delle tracce satellitari con relativi punti d'interesse, di descrizioni dettagliate, delle spiegazioni culturali e di un ricco apparato fotografico redatto dal prof Ezio Sarcinella, benemerito socio di SpeleoTrekkingSalento, autore altresì del testo "La Via dei Pellegrini", un prezioso documento delle prime tre edizioni del " Cammino per Leuca" stampato da Editrice Salentina. (Per contatti:Ezio Sarcinella cell. 328/6655489). Nel testo sono presenti una documentazione fotografica prodotta dall'Autore e delle preziose grafiche, riproduzioni di tavole originalidella prof.ssa Marisa Grande.

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Con SpeleoTrekkingSalento itinerari fuori provincia, torrentismo, speleologia, serate culturali, interventi nelle scuole, rispetto per ogni cosa e tantissimo buonumore. Abbiamo iniziato il Trekking nel Salento per trascorrere le domeniche felicemente insieme, in completo relax, ruralità, profumo di macchia, armonia e semplicità.
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Passeggiate & Trekking - Medio Leggeri

L’associazione culturale Archès, nata con il sostegno del programma Principi Attivi della Regione Puglia, è impegnata nella promozione e valorizzazione del patrimonio archeologico del Salento. Archès si propone di coniugare la divulgazione del patrimonio archeologico con la promozione delle eccellenze produttive del territorio nel campo dell’artigianato, la gastronomia, il turismo rurale.

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Trekking leggero alla scoperta dell’Archeologia, del Paesaggio e della Natura dei canaloni di Salve.

Il paesaggio rurale di Salve offre al visitatore uno spettacolo di inimmaginabile bellezza. Il Canale Fano, delimitato dalla dolce collina nota come Serra di Spigolizzi, si sviluppa lungo due rami paralleli che si approfondiscono di una ventina di metri rispetto al territorio circostante. Il suo ramo occidentale, conosciuto come Canale Fano, si congiunge con il ramo orientale, denominato Tariano, nei pressi della mitica Grotta delle Fate. Si tratta di uno scorcio idilliaco, dalle molteplici peculiarità archeologiche, naturalistiche e paesaggistiche. Il percorso si snoda dal Canale Tariano - tra preistorici ripari, fornaci d'età romana, i ruderi di un antico frantoio, pajare, ulivi secolari e canneti - al limitrofo Canale Fano, con il suo ruscello perenne alimentato da acqua sorgiva, la sua grotta italo/greca affrescata, i suoi resti di una cittadella messapica fortificata e l'omonima cinquecentesca masseria.

3 ore - Difficoltà bassa - Ogni venerdì da luglio ad agosto (costo 3 euro a persona)
Per il resto dell’anno su richiesta: 10 euro a persona (min. 2 persone)

Escursione nel Paesaggio di pietra tra Salve e Torre Vado

Si tratta di un percorso dedicato alla brulla campagna tra Salve e Torre Vado, nel territorio del SAC Porta d’Oriente. Si parte dall’antica cappella dedicata a San Lasi (San Biagio), eretta sui ruderi di una fattoria romana, con lacerti di affreschi risalenti all’XI secolo. Si procede totalmente immersi in una vasta distesa di natura incontaminata, che ricopre la collina dolcemente digradante verso il mare; qui si va alla scoperta di un vero e proprio villaggio di capanne (pajare e liame) e dedali di muretti in pietra a secco, che rendono unico un paesaggio dominato dal grigio chiaro della roccia calcarea. Infine si attraversa un canalone naturale per risalire su un pianoro di roccia dove lo sguardo spazia su un ampio paesaggio costiero. Il percorso termine alle “Sorgenti”, la principale attrattiva di Torre Vado. Si tratta di sgorghi naturali di acqua dolce usati, nel passato, per dissetarsi e per detergere i tessuti in lino dalle impurità.

4 ore - Difficoltà medio-bassa - Da svolgersi da ottobre a maggio
Su richiesta: 10 euro a persona (min. 2 persone)

Trekking leggero nel Paesaggio di pietra tra Terra e Mare: dal Canalone del Ciolo a Novaglie (Gagliano del Capo).

Dalla stradina che da località Mucurune (Gagliano del Capo) degrada dolcemente verso il mare, si imbocca un sentiero attrezzato che si dirama tra alte falesie e pareti di roccia verticali in cui si aprono numerose cavità, frequentate fin dalla Preistoria come dimostrano i reperti archeologici in esse rinvenuti. Dal ponte Ciolo si imbocca un sentiero che si snoda in un paesaggio mozzafiato a picco sul mare, dove lo sguardo spazia da Punta Palacia (presso Otranto) alla catena montuosa degli Acrocerauni e al profilo erto dell’isola di Othonoi (Fanò). Tra una pajara e una mantagnata, tra una liama e un muro paralupi, si giunge al cospetto di una enorme cavità naturale che si apre a 30 metri sul livello del mare: si tratta del complesso delle Cipolliane, conosciuta e frequentata fin dal Paleolitico e che ha restituito ciottoli che recano incise indecifrabili figure, strumenti in selce e ceramica protostorica. Altri 500 metri su una stretta striscia di costa e si giunge a Marina di Novaglie, alla fine di un percorso lungo circa 2,5 km.

2 ore e mezza - Difficoltà media
Su richiesta: 10 euro a persona (min. 2 persone)

Trekking leggero da Patù a Vereto tra archeologia e civiltà contadina

Antica città messapica che i Romani chiamarono Vereto. La chiesa di San Giovanni Battista e il monumento la Centopietre si trovano ai piedi dell’omonima collina; tra una pajara e una liama, un’aia ed un’edicola votiva, giungiamo sulla sua sommità, dove ammiriamo il suggestivo paesaggio di Vereto ed un tratto delle possenti mura che cingevano l’insediamento.

2 ore e mezzo - Difficoltà bassa
Su richiesta: 10 euro a persona (min. 2 persone)

Il referente del servizio è il dott. Marco Cavalera, guida abilitata della Regione Puglia (cell. 340.5897632).

Sede operativa: Sac Porta d’Oriente “La Storia e il Mito”, presso Palazzo Ramirez, Piazza Concordia n. 7 – Salve (Lecce).

www.associazionearches.it

fb: Associazione Culturale Archès

Escursioni guidate con mezzi propri

L’associazione culturale Archès, nata con il sostegno del programma Principi Attivi della Regione Puglia, è impegnata nella promozione e valorizzazione del patrimonio archeologico del Salento. Archès si propone di coniugare la divulgazione del patrimonio archeologico con la promozione delle eccellenze produttive del territorio nel campo dell’artigianato, la gastronomia, il turismo rurale.

ASSOCIAZIONE CULTURALE ARCHÈS
Via G. Carmignani, 18 – 73030 Lucugnano (LE) - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - www.associazionearches.it
mobile: 327.8410214 - Cod. Fisc. 90032070758

A Salve, visita guidata nel territorio alla scoperta dell’archeologia e della civiltà contadina

Un’escursione che ci permetterà di scoprire il ricco patrimonio culturale e paesaggistico di Salve alla ricerca delle origini più remote dell’Uomo. Qui le pietre dei monumenti megalitici ci sveleranno la storia millenaria di una delle più notevoli aree archeologiche del Capo di Leuca.

Visiteremo: una grotta preistorica frequentata dall’uomo di Neanderthal (70.000 anni fa), una cavità che conserva un lembo di spiaggia fossile e una con la presenza di dipinti di fattura neolitica, un tumulo a valenza funeraria e cultuale di oltre 4.000 anni fa, un dolmen, monumenti della civiltà contadina e una masseria settecentesca costruita su un antico abitato dell’età del Bronzo, inserita in un suggestivo contesto paesaggistico.

3 ore - Spostamento con mezzo proprio - Ogni mercoledì da luglio ad agosto (costo 3 euro a persona)
Su richiesta: 10 euro a persona (min. 2 persone)

Santa Maria di Leuca del Belvedere (Leuca Piccola), Barbarano

Su Punta Mèliso dove sorge il Santuario di Santa Maria di Leuca. Una scalinata ci conduce al porto e alle ecclettiche ville che costeggiano il mare fino all’opposto promontorio, Punta Rìstola, dove si apre Grotta Porcinara, antico santuario costiero luogo di scambi tra Greci e Messapi.

Due ore e mezzo - Spostamento con mezzo proprio
Su richiesta: 10 euro a persona (min. 2 persone)

Il referente del servizio è il dott. Marco Cavalera, guida abilitata della Regione Puglia (cell. 340.5897632).

Sede operativa: Sac Porta d’Oriente “La Storia e il Mito”, presso Palazzo Ramirez, Piazza Concordia n. 7 – Salve (Lecce).

www.associazionearches.it

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